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L'anniversario del Che..
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Messaggio L'anniversario del Che.. 
 
Come trasformare il grido rivoluzionario “Hasta la victoria sempre” in “Hasta la mattanza sempre”.
Mercoledì 10 ottobre 2007, “Libero” ha dato spazio ad un interessante articolo di Fausto CARIOTI, incentrato sulle celebrazioni per i 40 anni dalla morte di Ernesto “Che” GUEVARA.


Questo personaggio, mito rivoluzionario degli anni ’70-’80-’90, “indossato” da migliaia di persone, la cui testa ”imbascata” fa spicco sulla famosa T-shirt, sembra ormai più un fatto di moda effimera, o giù di lì, che di un convincimento politico, che sa più di illusione romantica per i suoi fans.
Quanti conoscono la vera storia del Che? Ernesto Guevara è stato, sì, un grande guerrigliero degli anni Sessanta, ma è stato soprattutto un assassino assetato di sangue, colpevole di centinaia di esecuzioni sommarie perpetrate nel carcere de la Cabana.
Francamente, lascio l’onore, o meglio, l’onere ai pacifisti di portarlo come emblema alle loro sfilate (c’era anche a Bologna in piazza con Grillo) sulle loro bandiere, ma forse loro lo credono veramente un martire della libertà. Né, tanto meno, posso tacere sul fatto che molti lo vogliano raffrontare a San Francesco, come un Che Guevara ante litteram del Medio Evo.
Provate a chiedere ad un attore famoso nel mondo come Andy Garcia chi fosse e chi fu Ernesto Guevara! “Era un macellaio, un assassino a sangue freddo; ci sono le prove ed i testimoni, continua l’attore, nomi, cognomi, documenti che riguardano le vittime del Che, compresa l’ora dell’esecuzione.
E ci sono anche gli scritti dello stesso “Comandante” che ne testimoniano la crudeltà gelida e razionale che solo i suoi fedeli ciechi e neganti anche l’evidenza, non accettano.
Si parla di almeno duecento esecuzioni sommarie, tra il 1957 e il 1958: 14 suoi nemici furono soppressi direttamente o per suo ordine diretto in Sierra Maestra durante la guerriglia contro gli uomini di Batista, il dittatore cubano.
Tra il 1° e il 3 gennaio 1959, all’indomani della conquista della cittadina di Santa Clara, mandò a morte 23 avversari, catturati durante la battaglia. I misfatti più efferati, comunque, avvennero durante il periodo in cui Guevara fu comandante de La Cabana, la fortezza dell’Havana adibita a prigione.
Nel 1959, tra gennaio e novembre, 164 sono le esecuzioni attribuite al Che, ma sarebbero cifre approssimate per difetto. Javier Arzuaga, cappellano del carcere in quel periodo, ha raccontato l’incubo di quei mesi ad Alvaro Vargas Llosa, scrittore intellettuale latino-americano. “800 prigionieri in uno spazio che a malapena poteva ospitarne 300: membri dell’esercito, della polizia di Batista, ma anche imprenditori, giornalisti e commercianti”.
Il Tribunale Rivoluzionario era costituito da guerriglieri, il Che era il Presidente della Corte d’Appello, che non annullò mai alcuna sentenza, nonostante le implorazioni e le preghiere di essere clemente, almeno in alcuni casi, come quello di Ariel Lima, un ragazzino. Il Che non cedette mai alle mie insistenze, così come Fidel”.
Lo stesso tenore tiene il giurista Josè Vilasuso che in quel periodo faceva parte del Tribunale de La Cabana. “Le direttive del Che stabilivano che si dovesse agire nel modo più risoluto, che equivale a dire che gli imputati erano tutti assassini e che il modo rivoluzionario di procedere doveva essere implacabile.
Un ex-comandante delle truppe del Che ha raccontato che i suoi ordini erano chiarissimi: “Nel dubbio, fucilare!”
Ma anche nei suoi scritti il Che non ha mai nascosto dietro perifrasi o paroloni le sue idee chiare e precise. Alvaro Vargas Llosa nel suo libro “Il mito Che Guevara e il futuro della libertà” edito da Lindau, ha raccolto una breve antologia delle citazioni dai diari e dagli scritti del Che. Appena giunto nel 1954 a Cuba, il Che scriveva a sua moglie “di sentirsi vivo ed assetato di sangue”; nel 1957 uccise il suo compagno d’armi Eutimio Guerra, sospettato di passare informazioni al nemico. “Ho risolto il problema con una pallottola calibro 32 nella tempia destra. Ora ho io le sue cose“ annota il Che sul suo diario.
Il comportamento non fu dissimile con il contadino Aristidio, reo di aver affermato che se ne sarebbe andato quando fossero arrivati i ribelli.
Lo scrittore Humberto Fontonova scrive che il Che, in quel periodo, fece uccidere il 70-80 % dei contadini che si opponevano alla sua avanzata. Un altro caso, un tale Echevarrìa, fratello di uno dei suoi commilitoni, fatto sopprimere “per colpe non meglio specificate” in quanto lui “doveva pagarla!”
Quindi, questo pacifico, sensibile, un grande del XX° secolo (puntualmente ogni anno compare di Gianni Minà al “Manifesto” lo stesso articolo che scrive da 40 anni “Che Guevara, l’eroe che continua a nascere”), non cedette impulsivamente all’odio e alla violenza, era lucido e consapevole al punto da teorizzare nel messaggio alla Tricontinentale, organizzazione rivoluzionaria afro- asiatica – latino - americana, “che il motore degli eserciti rivoluzionari doveva essere l’odio, come elemento del conflitto; un odio implacabile nei confronti del nemico che spinge l’uomo oltre i suoi limiti naturali e lo trasforma in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”.
Ecco! Sarebbe bello che anche la mamma di questi che indossano la famosa T-shirt non fosse sempre incinta ma, se va bene, la verità è sulla bocca degli argentini, dove il Che nacque nel 1928, “Tiengo una remera del Che y no sé por què” (Ho una maglietta del Che ma non so per quale motivo).





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"...Noi siamo l’Italia umile e tenace, operosa e positiva, che è la maggioranza del Paese, che non accetta l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica, l’oppressione giudiziaria che le viene imposta da un governo di minoranza, un governo dominato da una sinistra estrema e fondamentalista, che affonda le sue radici nella perversa ideologia del comunismo..."
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