Signor Presidente, onorevoli senatori, nel chiedere al Senato la fiducia per il definitivo atto fondante del Governo che ho l'onore di presiedere, desidero ribadire, e dare quindi per lette, tutte le dichiarazioni programmatiche già pronunciate ieri alla Camera. Non ripeterò dunque quell'intervento, ma non per questo ritengo di dover rinunciare ad un saluto di riguardo nei vostri confronti e, se permettete, anche ad alcune considerazioni introduttive del nostro dibattito.
Mi preme innanzitutto ribadire e sottolineare che la ricerca del dialogo sarà il nostro metodo di lavoro.
Nel dibattito che si è svolto alla Camera ho constatato con soddisfazione che, salvo poche eccezioni, ancorate ad una visione della politica che avevo definito come lotta antropologica, anziché come confronto di idee, la strada del dialogo è stata da tutti condivisa e apprezzata.
Dopo aperture autorevoli, come quelle degli onorevoli Fassino e Bersani, anche il leader del Partito Democratico, onorevole Veltroni, questa mattina ha dichiarato di voler raccogliere il nostro invito al dialogo, fissando, come è giusto che sia in una democrazia, alcuni paletti. Ha infatti aggiunto di volerci mettere subito alla prova su due grandi questioni, sulla riforma dell'architettura istituzionale (ha detto esattamente: «per dare velocità e trasparenza alla macchina decisionale dello Stato») e sui provvedimenti necessari per affrontare i temi sociali più urgenti, a cominciare dalla sicurezza e dall'immigrazione clandestina. Su questi temi l'opposizione ha concordato circa l'urgenza, riservandosi di proporre eventuali soluzioni alternative quando il Governo avrà presentato le proprie.
Siamo di fronte ad una disponibilità al confronto non pregiudiziale tra opposizione e Governo che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Sono atti come questi, di grande responsabilità e di grande misura, che fanno bene al funzionamento della democrazia, fanno bene alle istituzioni e fanno bene al Paese. Sono estremamente grato all'onorevole Veltroni di questa sua disponibilità, della quale garantisco cercheremo di fare tesoro, senza confusione di ruoli.
Proprio con l'onorevole Veltroni, con l'opposizione, abbiamo già deciso di avviare dei confronti continuativi e periodici, che cominceranno già dalla fine di questa settimana. Se riusciremo a dare al dialogo i contenuti più appropriati, se riusciremo a porre in atto una comune assunzione di responsabilità per ricercare le soluzioni quanto più possibile condivise, ciò sarà un bene, non solo per l'Italia e per tutti gli italiani, ma anche - lo credo proprio - per la politica, che potrà così ritrovare quella credibilità che è stata ampiamente compromessa.
Giustamente il leader del Partito Democratico ha anche ricordato che la riforma delle istituzioni dovrà essere bipartisan e comprendere le misure indispensabili per una moderna democrazia, come la riduzione del numero dei parlamentari, una Camera legislativa e una delle Regioni, di tipo federale, e una forte riduzione dei costi della politica. A questo ha aggiunto la richiesta delle necessarie garanzie di autonomia e libertà di informazione, a partire dalla necessaria indipendenza del servizio pubblico televisivo. Anche su questi punti abbiamo garantito la nostra adesione.
Come ho detto questa mattina per altre questioni, anche su questo terreno, in passato fonte di incomprensione e di scontri, si può uscire da quella che è stata una guerra quasi ventennale e anche su questo terreno non c'è altra strada che quella del dialogo e della comune assunzione di responsabilità.
Quanto ai temi sociali e ai ritardi dell'Italia, ai quali dovremo far fronte, abbiamo insieme convenuto che siamo di fronte, davvero, ad una difficile situazione internazionale. In parte essa è condivisa con tutti gli altri Paesi europei. La nostra moneta, rispetto al dollaro, è al doppio della sua quotazione iniziale, cioè ad 1,60 centesimi di dollaro, il che rende difficili le nostre esportazioni. Ogni prodotto realizzato in Europa, se è acquistato con una moneta diversa dall'euro, ha la metà della convenienza che aveva quando l'euro ha cominciato ad esistere.
I prezzi delle materie prime sapete a che livello sono arrivati e purtroppo si teme che saliranno ancora.
A questi inconvenienti di base, per i quali non si vede per ora un rimedio davvero efficace, si aggiunge la competizione che ci arriva dall'Estremo Oriente, dai giganti dell'India e della Cina, che esportano da noi i loro prodotti realizzati a costi di manodopera che sono frazione dei nostri, e che quindi rendono estremamente difficile la competizione da parte delle aziende europee.
Inoltre in Italia la situazione è quella che conosciamo. Per quanto riguarda l'energia, il nostro è l'unico Paese europeo che non ha produzione di energia con il sistema nucleare; ci abbiamo rinunciato alla fine degli anni '70 e '80, con il risultato di avere un costo dell'energia per i cittadini, per le famiglie e anche per le imprese che è del 30-35 per cento superiore a quello degli altri Paesi. Abbiamo un deficit infrastrutturale che, rispetto ai Paesi con cui siamo in più diretta competizione, la Francia e la Germania, è di circa il 50 per cento. Abbiamo poi il debito pubblico più elevato d'Europa: 105-106 per cento rispetto al nostro fatturato globale, al nostro prodotto interno lordo. Il costo della pubblica amministrazione è circa il 50 per cento più alto rispetto a quello di altri Paesi come la Spagna, l'Irlanda, la Germania, se è vero che ogni cittadino tedesco è chiamato a pagare per il suo Stato 3.000 euro all'anno, mentre noi paghiamo 4.500 euro. Abbiamo un record purtroppo per quanto riguarda l'evasione fiscale: gli ottimisti dicono che il 17 per cento del nostro prodotto interno è in nero e quindi non porta entrate nelle casse dell'erario, per cui calcoliamo che siano addirittura vicini ai 100 miliardi di euro gli introiti in meno del nostro erario.
Credo che questa sia una situazione di fatto che tutti condividono. Ci sono anche altri dati che ci rendono preoccupati: l'Italia è oggi solo al 46° posto nella classifica dei Paesi più competitivi; siamo scesi dal terzo al dodicesimo posto in Europa per lunghezza della rete autostradale e le cose non vanno meglio per quanto riguarda le ferrovie e i treni ad alta velocità e ancora peggio per le metropolitane. Il nostro commercio internazionale ha perso quote di mercato. Nel turismo alcuni anni fa eravamo primi in Europa; siamo scesi molto giù, addirittura dopo la Francia e dopo la Spagna. La produttività del lavoro è cresciuta molto meno di quanto sia accaduto ai nostri concorrenti europei.
Per la scuola e l'università siamo al 173° posto nella graduatoria dei migliori atenei del mondo con la nostra migliore università. Gli italiani che usano Internet nei rapporti con la pubblica amministrazione sono il 17 per cento dei cittadini, contro il 43 per cento della Germania, il 41 per cento della Francia, il 38 per cento della Gran Bretagna ed il 26 per cento della Spagna. Il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello della Grecia: il 46 per cento, mentre è il 60 per cento l'obiettivo che dovremmo raggiungere (questo è l'obiettivo di tutti i Paesi europei per l'anno prossimo). L'Italia è anche all'ultimo posto nella classifica dei Paesi che attraggono investimenti stranieri.
La spesa pubblica è cresciuta oltre misura e con essa la tassazione, dal punto di vista delle aliquote, è giunta a livelli tali da affossare le possibilità di sviluppo delle imprese e tali da abbattere il potere d'acquisto delle famiglie; un problema che il Governo considera - ma tutti lo considerano così - una priorità tra le priorità.
Quindi abbiamo ben chiare le cause di questa situazione e cerchiamo di impostare dei rimedi, soprattutto quelli che si presentano come urgenti ed indispensabili; alcuni di questi rimedi - lo sappiamo - richiederanno misure difficili, misure impopolari.
Ci sono poi le emergenze sociali più acute, la sicurezza ed il contrasto all'immigrazione clandestina. Il nostro Governo - credo che di questo possiamo dare assicurazione - non adotterà mai svolte repressive, incompatibili con la nostra tradizione liberale, attenta ai diritti civili di ogni essere umano, prima ancora che alle regole alle quali ci vincola la convivenza in Europa. Garantiamo però che nell'ambito di queste tutele agiremo con tutta la durezza e la severità che si impongono per difendere soprattutto i cittadini più deboli e per colpire quella vasta criminalità, che purtroppo constatiamo esistere nel nostro Paese. Si impone quindi una svolta profonda nelle politiche di sicurezza e noi cercheremo di realizzarla al più presto. Annuncio che abbiamo praticamente ultimato il decreto, fatto di molti punti, che approveremo nel primo Consiglio dei ministri operativo che terremo a Napoli la prossima settimana.
Di fronte alle numerose difficoltà, che sono queste e che tutti conosciamo, a cominciare appunto da quelle economiche che colpiscono milioni di famiglie italiane, il nostro obiettivo, che deve essere, e non può essere diversamente, un obiettivo comune, non può che essere la crescita della nostra economia. Sarà solo con l'aumento della ricchezza nazionale che si potranno trovare le soluzioni ai problemi più acuti. Ricercheremo quindi nella prospettiva dello sviluppo la stessa collaborazione costruttiva, non soltanto con le forze politiche, ma anche con le forze sociali che sono l'espressione del lavoro e dell'impresa.
La crescita economica e civile dell'Italia non può che passare attraverso l'impegno straordinario e concorde dei lavoratori e degli imprenditori. Il Governo eviterà sempre lo scontro sociale, al contrario, lavorerà con il concorso di tutti per governare i necessari processi di trasformazione verso una politica sociale più moderna e coerente con gli obiettivi di risanamento economico: con i sindacati dei lavoratori con i quali già abbiamo cominciato ad incontrarci (ed a cui rivolgo un saluto cordiale), così come con le associazioni degli imprenditori. Vogliamo con loro individuare, senza pregiudiziali ideologiche, le strade più utili per far ripartire l'Italia.
Una politica adeguata sulla sicurezza richiederà un forte impegno a coloro che sono chiamati ad applicarla e quindi, in primo luogo, un forte impegno delle forze dell'ordine, un forte impegno dei magistrati; a tutti loro voglio rivolgere un pensiero riconoscente per l'impegno con il quale in silenzio e con sobrietà, con spirito di sacrificio e spesso anche con gravi rischi personali, operano quotidianamente nell'interesse della convivenza civile del nostro Paese. (Generali applausi).
La credibilità e l'autorevolezza della classe politica non rientrano tra i compiti di un Governo, ma non può sfuggire ad alcuno che la classe dirigente è costituita dai rappresentanti del popolo: se vuole mettere mano con successo alle misure necessarie per contrastare la presente crisi deve essere autorevole e credibile. Per questo mi auguro davvero che il nuovo Parlamento voglia mettere fine, con un impegno unanime, ad alcuni privilegi discutibili del ceto politico.
Nella campagna elettorale abbiamo manifestato tutti la volontà di cambiare e molti dei parlamentari sono oggi alla loro prima esperienza; tutti dobbiamo avvertire che sta a questo Parlamento riscattare l'immagine della politica e la sua credibilità, anche riducendo i costi, ma direi soprattutto moltiplicando i ricavi. La politica, il Parlamento, il Governo devono produrre risultati tangibili per gli italiani, perché non ci saranno ulteriori prove d'appello.
Considererò un grande successo del Governo e del Parlamento se la prossima volta, chiunque vincerà le elezioni, nei titoli e negli editoriali dei grandi giornali non si parlerà più di pacificazione e di legittimazione come di eventi straordinari, ma ci si occuperà soltanto delle cose da fare per il bene del Paese. (Applausi dai Gruppi PdL, LNP e dai banchi del Governo). Considererò questo risultato il compimento di un impegno pubblico cominciato nel 1994, proprio per contribuire a trasformare la politica italiana, realizzando in Italia, partendo da una profonda crisi della politica, un bipolarismo moderno nel quale tutti gli italiani possano davvero sentirsi rappresentati.
Signor Presidente, onorevoli senatori, parlando alla Camera dei deputati ho invocato l'aiuto di Dio per il difficile compito che abbiamo di fronte. Nello stesso spirito e con la consapevolezza dei doveri di chi governa uno Stato laico e democratico, nel quale tutte le scelte religiose, morali e culturali hanno piena dignità, voglio fare mie - concludendo questo brevissimo intervento - le parole recenti del Sommo Pontefice: il nostro compito, quello del Governo, del Parlamento e dell'intera politica, è semplicemente di «non smettere mai di lavorare per il bene comune dell'amata Nazione italiana». (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
È proprio quello che ci impegniamo a fare; con la collaborazione del Senato della Repubblica e dell'intero Parlamento sono certo che potremo riuscirci. (Vivi e prolungati applausi dai Gruppi PdL e LNP e dai banchi del Governo)
















