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Messaggio #023 
 
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Admin
Gio 29 Mar, 2007 16:08

Il caso Moro Romano Prodi, via Gradoli e la seduta spiritica
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ANTEFATTO Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una “entità” [nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di Don Sturzo e La Pira, n.d.r] avrebbe indicato “Gradoli” come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.
Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E’ la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle.
In seguito alla seduta il professor Prodi si reca a Roma - solo due giorni dopo, il 4 aprile -, per trasmettere l’indicazione ad Umberto Cavina, capo ufficio stampa dell’on. Benigno Zaccagnini.
E’ la seconda volta che viene fuori il nome “Gradoli”. La prima fu una manciata di giorni prima. Il 18 marzo, alle 9 e 30 del mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si presentano al terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia. Una “soffiata” molto precisa, forse proveniente da ambienti vicini ai servizi segreti, ha segnalato che lì, all’interno 11, c’è un covo delle Br. Gli agenti bussano alla fragile porta di legno, ma nessuna risponde. Apre invece l’inquilina dell’interno 9, Lucia Mokbel, e racconta di aver sentito provenire dall’appartamento sospetto dei ticchettii simili a segnali Morse. Secondo le disposizioni vigenti i poliziotti dovrebbero a quel punto sfondare la porta, o quantomeno piantonare il palazzo. Invece vanno via. Al processo Moro presenteranno un rapporto di servizio grossolanamente falso, costruito a posteriori, stando al quale i vicini avrebbero fornito “rassicurazioni” sull’onestà dell’inquilino dell’interno 11, il ragionier Borghi, alias Mario Moretti. Saranno sbugiardati pubblicamente, ma mai puniti.
Il 18 aprile la porta dietro cui forse era stato nascosto, fino a qualche giorno prima, lo stesso Aldo Moro, viene finalmente sfondata. Non da polizia e carabinieri però, ma da pompieri; che ci arrivano a causa di un allagamento. Anche se i brigatisti lo hanno sempre negato, si tratta di una messinscena organizzata perché il covo venga scoperto il telefono della doccia è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme.
L’allagamento si verifica lo stesso giorno in cui un falso comunicato delle Br spedisce migliaia di carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Si tratta di due episodi di difficile lettura. Alcuni brigatisti del gruppo dirigente dichiareranno, molti anni dopo, che la scoperta del covo e il falso comunicato li spinsero ad affrettare i tempi dell’operazione Moro verso la decisione di sopprimere l’ostaggio; proprio come voleva Moretti, rappresentato della cosiddetta “ala dura” delle Br.
Il 10 giugno 1981 Romano Prodi viene chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Moro per rispondere degli avvenimenti che sarebbero occorsi durante la seduta spiritica.
Il caso viene riaperto nel 1998 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, al fine di chiarire le motivazioni che avrebbero portato su un’altra pista le ricerche della prigione di Moro ed escludere che l’utilizzo del nome “Gradoli” fosse stato un modo per informare le stesse Brigate Rosse dell’avvicinamento delle forze di polizia all’omonima via, sita nei pressi della via Cassia di Roma. Il professor Prodi non si rende disponibile per essere ascoltato dalla Commissione parlamentare, contrariamente a Mario Baldassarri e Alberto Clò (ministro dell’Industria nel governo Dini e proprietario della casa di campagna nella quale si svolsero i fatti), entrambi presenti alla seduta spiritica.
Il 5 aprile 2004 Romano Prodi viene ascoltato come testimone dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana”. Secondo il presidente della commissione, Paolo Guzzanti, Prodi “non ha avuto il coraggio di pronunciare le parole seduta spiritica, piattino o tazzina”. Nel corso della seduta, l’On. Fragalà ha ricordato all’ex presidente dell’Iri un articolo del settimanale “Avvenimenti”, secondo il quale Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, agente del Kgb con nome in codice Dario, aveva ospitato Valerio Morucci e Adriana Faranda, brigatisti contrari al sequestro di Moro. Un’amica di Conforto, Luciana Bozzi, aveva affittato la casa di via Gradoli al commando delle Br. Secondo questa tesi, non commentata da Prodi, fu il Kgb a far sapere del covo di via Gradoli e la messinscena della seduta spiritica fu organizzata per coprire la vera fonte.
Una seconda tesi, supportata tra l’altro dal senatore Francesco Cossiga - che riguardo al caso Moro ha sempre rilasciato dichiarazioni quantomeno ambigue -, identifica l’informatore in “qualcuno appartenente all’area dell’eversione tra Autonomia Operaia e Potere Operaio. Dicono fosse un professore universitario”.
Va da sé che Paolo Guzzanti e Francesco Cossiga siano politicamente più inclini a fare passare la tesi dell’omicidio deciso e pilotato dai servizi segreti dell’Est, in contrapposizione all’altra ipotesi prevalente, ovvero che la segnalazione della parola “Gradoli” alle forze dell’ordine rappresentasse un doppio avvertimento a Mario Moretti, figura di terrorista controversa e più volte descritta come infiltrato vicino ai servizi segreti italiani. Il primo che il covo di via Gradoli era ormai “bruciato”. Il secondo che la questione doveva essere chiusa il più presto possibile con l’assassinio di Aldo Moro e il tramonto del progetto che voleva un “Governo della non sfiducia”, inviso agli Stati Uniti in quanto sorretto, tra gli altri, dal Partito Comunista.
(fonti S. Flamigni, M. Gambino, “Il Caso Moro”; Wikipedia;
Christian Rocca, Il Foglio, 7/4/2004; Avvenimenti; Media Quotidiano)
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AUDIZIONE DI ROMANO PRODI PRESSO LA COMMISSIONE MORO – 10 GIUGNO 1981
•    PRESIDENTE Debbo richiamare la sua attenzione sul fatto che la Commissione assume le sue dichiarazioni in sede di testimonianza formale e sulle conseguenti responsabilità in cui ella può incorrere, anche in relazione al dovere della Commissione di comunicare all’Autorità giudiziaria eventuali dichiarazioni reticenti o false (…)
•    ROMANO PRODI Ripeto quanto ho già scritto nella mia lettera. In un giorno di pioggia in campagna, con bambini e con le persone che penso vedrete successivamente, perchè sono tutte qui, si faceva il cosiddetto «gioco del piattino» (…) Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Naturalmente, nessuno ci ha badato; poi, in un atlante, abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno ne sapeva qualcosa e, visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa (…)
•    CORALLO Per farla sentire meno ridicolo, dato che questa sensazione è un po’ comune a tutti … Mi scusi, professore, vorrei dirle che la scrupolosità della Commissione parte da un’ipotesi che dobbiamo accertare essere inesistente, e cioè - non credo molto agli spiriti - se ci possa essere stato qualcuno capace di ispirarli (…) Chi partecipò attivamente al gioco? Voi eravate tanti, però un ditino sul piattino chi lo metteva?
•    ROMANO PRODI A turno tutti c’erano 5 bambini; era una cosa buffa. Non crediamo alla atmosfera degli spiriti e che ci fosse un medium. Io le dico tutti; anch’io ho messo il dito nel piattino (…)
•    PRESIDENTE Non c’era un direttore dei giochi?
•    ROMANO PRODI No. Bisogna vedere come se ne sono impadroniti i giornali; come di una seduta medianica, che non so nemmeno cosa sia, ma era un gioco collettivo invece, come tutti facemmo in quel momento; l’ho imparato dopo.
•    LAPENTA Chi lanciò l’idea di questo gioco?
•    ROMANO PRODI All’inizio il padrone di casa; non so… All’inizio ero in disparte con i bambini e dopo il gioco mi ha incuriosito.
•    FLAMIGNI Come venne fuori la specificazione «casa con cantina»?
•    ROMANO PRODI Ne sono venute fuori diecimila di queste cose è venuto fuori «cantina», «acqua». In questo momento non lo ricordo nemmeno; il gioco è andato avanti per ore (…) Ripeto che non ho preso sul serio queste cose e, evidentemente, se non ci fosse stato quel nome, non avrei nè raccontato nè detto la cosa perchè cerco di essere un uomo ragionevole, onestamente.
•    FLAMIGNI Nella testimonianza che lei ha reso al giudice dice «Fui io a comunicare al dottor Umberto Cavina, nonchè il giorno prima alla Digos di Bologna attraverso un collega universitario, la notizia concernente la località Gradoli, in provincia di Viterbo. A tale indicazione, con l’aggiunta che poteva trattarsi di una casa…»
•    ROMANO PRODI Guardi, non me lo ricordavo neanche per il poco peso che gli ho dato. Ne sono saltate fuori tante di queste cose! Tutti hanno detto che non conoscevano questo paese; questo era importante.
•    PRESIDENTE La notizia era talmente importante che se l’avessero ben utilizzata, le cose probabilmente sarebbero cambiate.
•    ROMANO PRODI Non ho mai creduto a queste cose … sarà stato un caso.
•    COLOMBO Tutte le persone parlavano di un paese…
•    ROMANO PRODI Bolsena, Viterbo, Gradoli; si faceva la targa VT; i monti Volsini… ripeto, dopo si dava importanza perchè avevamo visto dove erano; con la carta geografica in mano, fa tutti i «ballottini» che vuole…
•    CORALLO «Ballottini» sta per piccoli imbrogli.
•    ROMANO PRODI Con la carta geografica davanti davanti, lei capisce non è più…Scusi l’espressione.
•    FLAMIGNI Dopo la seduta spiritica…
•    ROMANO PRODI No, era veramente un gioco.
•    FLAMIGNI Non si può chiamare seduta spiritica.
•    ROMANO PRODI Non me ne intendo; mi dicono che ci vuole un medium.
•    FLAMIGNI Comunque il risultato, la conclusione è che almeno quando viene fuori la parola «Gradoli» le si attribuisce importanza perchè lo si comunica alla segreteria nazionale della Dc, al capo della Polizia; poi, si muove tutto l’apparato.
•    ROMANO PRODI Quando l’ho comunicato a Cavina m’ha detto che ce ne sono state quarantamila di queste cose. Fino al momento del nome, non era stato molto importante; per scrupolo (…) lo comunichiamo (…)
•    FLAMIGNI Lei venne appositamente a Roma per riferire a Cavina?
•    ROMANO PRODI No, era un convegno…non ricordo su che cosa, e dovevo venire a Roma.
•    FLAMIGNI E quanti giorni dopo il «giochetto»?
•    ROMANO PRODI Due-tre, non ricordo (…)
•    FLAMIGNI Chi interpretava le risposte del piattino?
•    ROMANO PRODI Un po’ tutti. Era semplice, vi erano le lettere, si mettevano in fila e si scrivevano.
•    FLAMIGNI Bisognerebbe capire qual era esattamente lo svolgimento del gioco (…) quali erano le domande poste.
•    ROMANO PRODI Le domande erano dov’è? perchè? Moro è vivo o morto? Del resto, persone che hanno fatto altre volte il «piattino» sanno di che cosa si tratta e possono darle spiegazioni più esaurienti.
•    BOSCO Chi erano le persone che l’avevano fatto altre volte?
•    ROMANO PRODI II professor Clò, ad esempio, ed altri che risponderanno perchè sono tutti qui (…)
•    FLAMIGNI (…) sarebbe importante quantificare quali furono le domande.
•    ROMANO PRODI Questo non ha niente a che fare con la tecnica del gioco ed è evidente che me lo ricordi. Le domande erano dov’è Moro? Come si chiama il paese, il posto in cui è? In quale provincia? E nell’acqua o nella terra? E’ vivo o morto?
•    FLAMIGNI Quali erano le risposte ad ognuna di queste domande?
•    ROMANO PRODI Qui intervengono problemi tecnici sui quali potranno essere date spiegazioni più esaurienti delle mie; comunque, vi erano delle lettere su un foglio e il piattino, muovendosi, formava le parole e indicava sì o no.
•    FLAMIGNI Che cosa succede uno mette il dito su questo piattino?
•    ROMANO PRODI No, tutti.
•    FLAMIGNI Ad un certo momento parte un impulso per cui il piattino si sposta e va su una lettera?
•    ROMANO PRODI Sì. Posso comunque dire che, dopo questa esperienza, ho trovato tanta gente che mi ha confessato di aver fatto la medesima cosa.
•    CORALLO (…) Di solito, quando il piattino comincia a muoversi, la domanda che si fa è chi è l’interlocutore, lo spirito con il quale ci si intrattiene.
•    ROMANO PRODI Alla fine è accaduto anche questo, ma all’inizio no. C’è stato chi ha detto interroghiamo Don Sturzo o La Pira, ma le prime risposte, in un primo momento, erano soltanto sì o no.
•    CORALLO L’interlocutore era dunque ignoto.
•    ROMANO PRODI All’inizio sì, poi vi furono anche interlocutori vari tra i quali, per quel che mi ricordo, Don Sturzo (…)
•    CORALLO Si trattava dunque di un gioco in famiglia, tra amici. Un’ultima domanda professore tra i partecipanti, vi era anche qualche esperto di criminologia?
•    ROMANO PRODI No, assolutamente no (…) Tra i partecipanti alla seduta vi ero io, che sono un economista, il professor Gobbo, che ha la cattedra a Bologna di politica economica, il professor Clo, che ha l’incarico di economia applicata all’Università di Modena e che si interessa di energia, ma di petrolio, non di fluidi. Vi era anche suo fratello che è un biologo (non so di quale branca, anche se mi pare genetica) e vi era anche il professor Baldassarri che è economista, ha la cattedra di economia politica all’Università di Bologna. Tra le donne vi erano mia moglie, che fa l’economista, la moglie del professor Baldassarri, laureata in economia, ed altre che non so cosa facciano professionalmente.
•    SCIASCIA Nella lettera che è stata mandata alla Commissione, firmata da tutti voi, si dice che la proposta di fare il gioco è partita dal professor Clo.
•    ROMANO PRODI Perchè era il padrone di casa.
•    SCIASCIA Nella lettera si aggiunge che tutti vi parteciparono a puro titolo di curiosità e di passatempo, che la seduta si svolse in un’atmosfera assolutamente ludica.
•    ROMANO PRODI Vi erano cinque bambini al di sotto dei dieci anni!
•    SCIASCIA Si dice anche che nessuno aveva predisposizione alcuna di tipo parapsicologico o, comunque, pratica di queste cose, ma una certa pratica di queste cose qualcuno doveva pur averla!
•    ROMANO PRODI Certo, a livello di gioco, la tecnica era conosciuta; però pratica di queste cose direi che non vi fosse. Ripeto, a posteriori, mi sono reso conto che vi è gente che tutte le sere lo fa!
•    SCIASCIA Tra i dodici, qualcuno aveva pratica di queste cose?
•    ROMANO PRODI Intendiamoci sulla parola pratica, onorevole Sciascia. Se qualcuno lo aveva fatto altre volte voi lo potrete sapere chiedendo agli altri, ma nella nostra lettera abbiamo detto che non vi era nessuno che, con intensità, si dedicava a questo. naturalmente vi era qualcuno che, altre volte, l’aveva fatto.
•    SCIASCIA Francamente, io non saprei farlo.
•    ROMANO PRODI Anche io non sapevo farlo! Non ne avevo la minima idea e, infatti, mi sono incuriosito moltissimo.
•    SCIASCIA La contraddizione che emerge è questa se c’è una seduta di gente che crede negli spiriti o, comunque, nella possibilità che si verifichino fenomeni simili, se c’è una seduta di questo genere - ripeto - e ne viene fuori un certo risultato del quale ci si precipita ad informare la Polizia ed il Ministero dell’Interno lo posso capire benissimo, ma che si svolga tutto questo in un’atmosfera assolutamente ludica, presenti i bambini, per gioco, e che poi si informi di ciò la Polizia attraverso la mediazione di uno che non era stato presente al gioco, e se ne informi quindi il Ministero dell’Interno, a me sembra eccessivo e contraddittorio.
•    ROMANO PRODI Ma è venuto fuori, onorevole, un nome che nessuno conosceva! Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli. Ci siamo chiesti tutti Gradoli nessuno di voi sa se ci sia? Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo. E’ apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo.
•    SCIASCIA Direi per irragionevolezza.
•    ROMANO PRODI La chiami come vuole. La motivazione reale è che con una parola sconosciuta, che poi trova riscontro nella carta geografica, a questo punto è apparso giusto per scrupolo…
•    SCIASCIA Poteva far parte della insensatezza del gioco anche il nome Gradoli.
•    ROMANO PRODI Però era scritto nella carta del Touring.
•    SCIASCIA La signora Anselmi dice che seguirono dei numeri che poi risultarono corrispondere sia alla distanza di Gradoli paese da Viterbo sia al numero civico e all’interno di via Gradoli.
•    ROMANO PRODI Questo proprio non mi sembra … c’era sul giornale…
•    SCIASCIA La signora dice di aver sentito questo dal dottor Cavina.
•    ROMANO PRODI Onestamente io non.. Non avrei difficoltà a dirlo.
•    CORALLO Nell’appunto di Cavina c’è il numero della strada.
•    ROMANO PRODI Può darsi che negli appunti ci sia perchè dopo abbiamo visto sulla carta, strada statale, i monti vicini. L’importante è che si trattava del nome di un paese che a detta di tutti nessuno dei presenti conosceva. Capisco che era tutta un’atmosfera irragionevole, però…
•    SCIASCIA Non mi sembra determinante il fatto che non si conoscesse il nome. Viterbo si conosceva e poteva benissimo trattarsi anche di Viterbo.
•    ROMANO PRODI Se fosse stato Viterbo, non ci avrei badato perchè si può sempre comporre una parola che si conosce.
•    SCIASCIA Chi ha deciso di comunicare all’esterno il risultato della seduta?
•    ROMANO PRODI L’ho fatto io perchè ero l’unica persona che conoscesse qualcuno a Roma. Ho parlato con tutti, con Andreatta etc. Non è che ho telefonato d’urgenza; ho detto vado a Roma e lo comunico. Questo è stato deciso una volta che si è saputo che esisteva questo paese che nessuno conosceva.
•    SCIASCIA Ora le farò una domanda che farò a tutti. Lei ha mai conosciuto nessuno accusato o indiziato di terrorismo?
•    ROMANO PRODI Mai.
•    COVATTA II senso della domanda è se qualcuno aveva interesse ad ispirare gli spiriti.
•    ROMANO PRODI E’ sempre la domanda che mi sono sempre posto anch’io.
•    BOSCO All’interrogativo che si è posto, come ha risposto? Cioè se qualcuno poteva aver ispirato gli spiriti.
•    ROMANO PRODI Lo escluderei assolutamente.
•    BOSCO Quindi si è trattato di spiriti.
•    ROMANO PRODI O del caso … Non so … Mi sembra che il senso della domanda dell’onorevole Covatta sia quello di chiedere se c’era qualcuno che voleva fare «il furbetto», spingendo in un certo modo o rallentando. Questo no. D’altra parte…
•    FLAMIGNI Se avessimo ascoltato un riferimento di quella seduta in maniera molto impegnata e che i protagonisti credevano veramente allo spiritismo e alla possibilità di avere qualche forza in aiuto, allora mi darei una spiegazione, ma proprio perchè il professor Prodi parla di tutto ciò come un gioco, la mia curiosità si accentua. Ritengo che qualcuno potesse anche sapere. Parto da questa considerazione per dire che voglio conoscere le domande effettive e le risposte che sono venute fuori.
•    ROMANO PRODI Ho detto le domande effettive e le risposte. Uno dei problemi che si pone per una cosa del genere è proprio quello contenuto nella sua domanda. Crede che quando è uscito il nome di via Gradoli io non mi sia posto il problema di chiedermi se c’era qualcuno che faceva il furbo? Altrimenti non sarei qui in questa situazione in cui mi sento estremamente imbarazzato ed estremamente ridicolo (…)


 Ad integrazione….
Tutte le contraddizioni di Prodi sul covo del sequestro Moro
Il Giornale, 20 marzo 2006

Giancarlo Perna

L'episodio più ambiguo nella sfuggente personalità di Romano Prodi è la celeberrima seduta spiritica incentrata sul sequestro Moro.
L'Italia è in subbuglio per il leader dc volatilizzato e Prodi che fa? Chiede lumi agli spiriti. Accantoniamo gli interrogativi su una simile iniziativa presa da un uomo pio e praticante, e veniamo a quel 2 aprile 1978.
Sono trascorsi 17 giorni, numero cabalistico, dall'agguato di Via Fani. È domenica e 17 persone, numero cabalistico, sono riunite nella casa di campagna di Alberto Clò, docente bolognese, futuro ministro nel 1995 del governo Dini. Il rustico è a 30 km da Bologna, in una località isolata, detta Zappolino.
All'ora di pranzo, i commensali sono 13, numero cabalistico Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo (allievo di Romano), Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, i padroni di casa, Francesco e Gabriella Bernardi, Emilia Fanciulli e tre bambini. Finito il pasto, le signore sparecchiano e i marmocchi si mettono a giocare. Degli altri, qualcuno ha l'idea di evocare le anime di Don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira per saperne di più sulla sorte dell'ostaggio delle Br. Adocchiano un tavolino quadrato, ci poggiano sopra un foglio con le lettere dell'alfabeto e cominciano a interrogare i defunti tenendo le mani sul piattino. Dopo tentativi infruttuosi, il piattino comincia a zigzagare sul foglio. Escono diverse località in cui Moro potrebbe essere prigioniero. Nomi banali, perché noti, come Viterbo e Bolsena, e quindi luoghi poco adatti a un nascondiglio. Poi, all'improvviso, muovendosi con decisione, il piattino scrive G-R-A-D-O-L-I. Nome mai sentito dai presenti che ignorano se la località effettivamente esista.
Prima di verificare, ripetono il tentativo e il piattino conferma, Gradoli. Poi, di nuovo Gradoli. Lo farà una ventina di volte. Nel corso di questa reiterazione, giungono e si uniscono alla compagnia i quattro ritardatari Mario Baldassarri, allora docente a Bologna, oggi viceministro dell'Economia, sua moglie Gabriella e i due pargoli. Ora nella casa di Zappolino sono in 17.
«Era una domenica uggiosa - mi ha raccontato Baldassarri in un'intervista un anno e mezzo fa -. Da Bologna, raggiunsi con moglie e bambini, la casa di campagna di Alberto Clò, dove c'erano già Prodi e gli altri... Li trovai seduti con le dita su un bicchierino che sembrava muoversi da solo. Pensai a uno scherzo per farmi paura. “Mi credono un ragazzo di campagna”, mi dissi. Cominciai a girare attorno al tavolino guardando sopra e sotto per scoprire il trucco. Ma facevano sul serio».
«Chissà che silenzio solenne», ho detto, interrompendo viceministro.
«Una bolgia. Dalla cucina rumore di stoviglie, i bambini zampettavano, uno dei presenti voleva fare le salsicce sul prato. Intanto il bicchierino zigzagava sul tabellone e alla domanda “Dov'è Moro?“ dette la clamorosa risposta “Gradoli”. E proprio in Via Gradoli a Roma, come si seppe mesi dopo, Moro era prigioniero delle Br. Me ne stupisco ancora». Questo il ricordo a distanza di Baldassarri, di cui riparleremo.
Ma torniamo a Zappolino, 28 anni fa. Gli spiritisti sospendono la seduta, consultano una carta stradale del Lazio e rintracciano Gradoli. È un comune sulle colline di Viterbo. Esiste davvero! Lo sconcerto è immenso.
Tolgono dal tavolino il foglio con l'alfabeto, spianano al suo posto la carta e riprendono il piattino (il bicchierino, secondo la testimonianza di Baldassarri). L'arnese si muove subito sulla pianta del Lazio e va sicuro sul nome Gradoli. Due, tre, quattro volte. Il responso di Don Sturzo e La Pira è ormai incontestabile.
L'indomani, 3 aprile, un Prodi eccitatissimo entrò trafelato nella sua Facoltà, quella di Scienze politiche del''Università di Bologna, iniziando a raccontare l'episodio domenicale a tutti quelli che incontrava. Ma appena scorse il professore di Criminologia, Augusto Balloni, non solo gli riferì della seduta, ma gli fece una proposta che lo lasciò di stucco.
Balloni quella richiesta non l'ha mai digerita. «Prodi - rievocò anni dopo - è una persona anche capace di pensare che i suoi stessi colleghi sono dei poveri idioti. Durante il sequestro... qualcuno deve avergli dato la prova di essere in contatto con Moro indicandogli la sede della prigione... Poi con un'impudenza che non ho mai scordato, si rivolse a me e disse “Tu sei un criminologo di fama. Vai dai magistrati e parla di questa cosa di Gradoli. Però non ti permetto di citarmi come fonte”. “Al massimo andrò a Sant'Isaia dei matti (l'ex manicomio di Bologna)”, ribattei. Ma come si può ipotizzare che io vada da un magistrato... citando una fonte che vuole restare anonima, che cita un'altra fonte che non si sa chi sia?». Dunque, per Talloni, Prodi stava mentendo. Aveva saputo di Gradoli da qualcuno vicino alle Br e poi, per coprirne l'identità, aveva inscenato la seduta spiritica.
Il criminologo fu il primo di una lunga serie di increduli.
Il giorno dopo, 4 aprile, Prodi è a Roma, in Piazza del Gesù, sede della Dc. Nel cortile del palazzo parlotta con Umberto Cavina, portavoce del segretario del partito, Zaccagnini. Gli racconta della seduta e di Gradoli, spiega che era suo dovere riferire, che però di queste cose non si intende, non sa che altro fare e che insomma ci pensasse lui, Cavina, a inoltrare la notizia a chi di dovere. Per quanto lo riguardava, non vedeva l'ora di lavarsene le mani. L'interlocutore ringrazia Prodi che, lanciato il sasso, esce di scena. Cavina corre da Luigi Zanda, oggi senatore della Margherita, e fa la cosa giusta. Zanda era il segretario di Cossiga, cioè del ministro dell'Interno, supremo responsabile dell'indagine e il più adatto a valutare l'informazione.
Il resto è noto. Il 5 aprile, polizia e carabinieri si precipitano nel paese di Gradoli e non trovano nulla. Il 18 aprile scoprono invece un covo brigatista in Via Gradoli a Roma, fino a poco prima la prigione di Moro. Con l'equivoco tra via e paese, di Moro si persero le tracce fino all'8 maggio, quando il corpo fu rinvenuto nel bagagliaio di un'auto ferma in Via Caetani.
La vicenda era chiusa. Gli interrogativi rimanevano aperti. La seduta spiritica prodiana è stata vagliata da due commissioni parlamentari d'inchiesta. Davanti alla prima, del 1981, Prodi testimoniò «Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino... era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo, Gradoli.
.. Ho ritenuto mio dovere riferire. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta, oppure fosse stato Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito immediatamente».
Alberto Clò, il padrone di casa, precisò a proposito del piattino che «era di una tazzina da caffè, una di quelle in cui avevamo bevuto il caffè prima». Fabio Gobbo, l'allievo di Romano e futuro membro dell'Antitrust, parlò invece di «un posacenere» che girava «toccando le lettere sul foglio di carta». A essere pignoli, le contraddizioni non mancano. Per Prodi a muoversi è «un piattino», per Gobbo «un posacenere», per Baldassarri, «un bicchierino». Inoltre, Prodi dice che quella domenica «era un giorno di pioggia», per Baldassarri era «una giornata uggiosa». Antonio Selvatici, biografo di Prodi, ha condotto sul punto un'indagine fulminante. Consultando i dati del Servizio idrografico della stazione pluviometrica di Monte San Pietro a 1,2 km da Zappolino, ha scoperto che «quel giorno, in quella zona, in quelle ore... non cadde una goccia». Quanto basta per chiedersi se in quella domenica campagnola gli ospiti abbiano visto lo stesso film. Anzi, per dubitare del film stesso.
La seconda indagine parlamentare è del giugno 1998. L'intento della Commissione, presieduta dal ds Giovanni Pellegrino, era escludere che facendo il nome Gradoli si volessero in realtà avvertire le Br dell'avvicinamento delle forze di polizia al covo. Un sospetto grave che metteva in una luce sinistra la seduta spiritica da cui il nome di Gradoli scaturì.
Prodi, che nel '98 era capo del governo, fu convocato da Pellegrino ma rifiutò di andare. Testimoniarono altri, come Baldassarri, mentre Romano, caparbio, negò il suo aiuto a fare chiarezza. Farà il bis, nel 2003, ignorando tre volte l'invito a presentarsi davanti alla Commissione d'inchiesta Telekom-Serbia. Un misto di superbia e di irresponsabilità.
Risultato oggi, nessuno crede più che la prigione di Moro sia stata individuata dal piattino, alias bicchierino, alias posacenere di Zappolino. C'è unanimità, in ogni settore politico, sul fatto che Prodi abbia mentito. Il dc Andreotti ha detto «Mai creduto alla questione dello spiritismo. Probabilmente è qualcuno di Autonomia operaia di Bologna che ha dato questa notizia». Il ds Pellegrino ha aggiunto «Un chiaro espediente per fornire una notizia coprendone l'origine... che per me è negli ambienti dell'Autonomia universitaria di Bologna». Giovanni Galloni, seguace di Moro, si è indignato «La seduta era un tentativo di fare una spiata... ma facendo di tutto per coprire la fonte». Galloni è stato anche vicepresidente del Csm, cioè del quartiere generale di quella magistratura che sulla vicenda fa le tre scimmiette da sei lustri.
Nessuno finora ha afferrato Prodi per la collottola ingiungendogli di dire la verità. Dormono le autorità, dorme la stampa e le illazioni infittiscono. L'ultima ipotesi, del gennaio 2005, è che ci sia lo zampino del Kgb sovietico. A suggerire Gradoli come prigione di Moro sarebbe stato un italiano al servizio di Mosca, tale Giorgio Conforti. Per coprire lui, sarebbe stata montata la seduta medianica, al cui centro c'è Prodi. Lo stesso Prodi che, bugiardo sospetto e reticente certo, vuole guidare l'Italia


....il nostro presidente del consiglio.... roll


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Admin
Mar 24 Apr, 2007 19:36

Re: Il caso Moro Romano Prodi, via Gradoli e la seduta spiri
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Scaricatevi questo file con il parere dell'ex Presidente della commissione Mithrokin Guzzanti sul caso Moro e sul "nostro" presidente del consiglio

[url=http//www.giovaniconsilvio.com/download/guzzanti e il caso moro.mpg]http//www.giovaniconsilvio.com/download/guzzanti e il caso moro.mpg


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Admin
Lun 30 Apr, 2007 10:23

Re: Il caso Moro Romano Prodi, via Gradoli e la seduta spiri
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